
Periodico quindicinale
del Centro Studi Nuovo Millennio
sede:
Verrés via Circonvallazione 161, tel. 3491012016 - 011.781983 - Direttore:
Michele Peyretti -
redazione: Piergiuseppe Pogliano, Roberto Chiaramonte -
Autorizzazione del Tribunale di Aosta n° 2
del 18 marzo 2008
Editoriale: Crisi e
sempre crisi, ma che fine hanno fatto il capitalismo virtuoso e il buon senso?
Sprezzanti,
i colleghi industriali di Camillo Olivetti, lo definirono un rozzo imprenditore
filo socialista. Eppure quell’uomo che accompagnò negli Stati Uniti il suo
maestro Galileo Ferraris, costruì un’azienda che travalicò il concetto di
“Impresa” per divenire un sistema ineguagliabile di produttività e capitalismo
sociale. Una filosofia imprenditoriale, proseguita dal figlio Adriano, che
sapeva esaltare il valore del lavoro dipendente in armonia con il concetto di
appartenenza all’impresa. Paternalismo? Forse, ma un sano interesse per il
benessere del dipendente, nel presente e nel futuro. E la quotazione in borsa di
un’azienda aveva lo scopo di reperire quei capitali che erano necessari alla
produzione e non alla finanza, ecco quanto i “rozzi” concetti di Camillo
Olivetti furono la base di un felice impero. La fine dell’Olivetti avvenne
quando divenne una carta da giocare sul piano della finanza. Gli artefici della
rovina hanno nomi illustri, tra i quali Carlo De Benedetti e il “Professore”
Romano Prodi che, in solidale combutta, decretarono la fine della manifattura,
della petrolchimica e della maggior parte delle industrie strategiche italiane,
svendute come vecchie meretrici a fine carriera. Dubbi? Citiamo solo alcuni
nomi, per De Benedetti: CIR, Banco Ambrosiano, caso SME, Mondadori. E Romano
Prodi? presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi,
presidente IRI, caso SME, Nestlè, Buitoni, Cirio, Barilla, Goldman Sachs,
Consulenze Nomisma, TAV Italiana, Telekom Serbia, Ferruzzi, Montedison, Enimont,
Lehman Brothers Holdings Inc., Legacoop,
Hera Spa, UNIPOL. Sono solo alcuni nomi, così come quelli
di Prodi e De Benedetti, il problema è che grazie a questo concetto di
capitalismo finanziario d’assalto, alla trasformazione della Borsa in una
gigantesca bisca senza regole o, peggio, con regole compiacenti che permettono
le vendite allo scoperto e manovre speculative, tutto il nostro sistema è andato
a carte quarantotto. Il sistema delle scatole vuote, delle società off shore,
del profitto ad ogni costo, ha spezzato non solo l’economia, ma anche i valori
che erano alla base dell’economia capitalista. Globalismo e finanza, corruzione
e avidità, politica e interesse privato, un insieme che ci trascina verso un
baratro pericolosissimo.
Ci viene da chiederci, chi governa chi ci governa? E cosa e chi sono organismi
come la Trilateral, Bilderberg,
B’Nai B’Rith? Perché tutto questo non nasce dal nulla o da un singolo, è
una manovra troppo complessa e troppo strutturata. Eppure in tanti l’avevamo
detto e scritto già nel 2007. In un articolo che si
intitolava “Soloni dell’economia” pubblicato su “La Veillà”, scrivevamo: “Tutti
i “soloni” economisti del terzo millennio ci propinano soluzioni mirate a
costringerci ad aderire, con un imposizione silenziosa, alla globalizzazione
dell’economia. La motivazione è la necessità per il nostro sviluppo di dover
subire importazioni da paesi, anche del terzo mondo, di prodotti a basso costo,
opponendo un’imprenditoria specializzata e sofisticata per poter sostenere la
concorrenza. Molti nostri imprenditori negli ultimi anni hanno delocalizzato le
aziende in quei paesi, eliminando la mano d’opera italiana e occupando invece
maestranze locali a basso costo e garantendo così lauti profitti. È il caso
delle manifatture biellesi, della metalmeccanica e di altri settori. Il caso più
eclatante è quello della FIAT che ha trasferito gran parte della produzione
all’estero (recente l’accordo con l’India) pur continuando a fruire dei
contributi dello stato italiano e, peggio ancora, riducendo le maestranze dai
230.000 degli anni settanta alle attuali 9.000 ma promettendoci a breve l’uscita
di un’utilitaria costruita proprio in India. È la legge di dubbia onestà del
“profitto per il profitto” che ci impone di importare prodotti agricoli, materie
prime e manufatti di scarso valore dagli stessi paesi “emergenti” che risultano
concorrenziali grazie allo sfruttamento della mano d’opera ed al disprezzo delle
normative in materia di sicurezza e inquinamento. Sempre in base a questa legge
la Borsa, garantendo lauti guadagni, attinge pesantemente ai
risparmi dei piccoli risparmiatori che subiscono il tracollo dei titoli in
periodiche crisi e nefasti quanto improvvisi crolli dove vengono “bruciati”
milioni di euro; ovviamente quelli dei risparmiatori. E questo gioco va avanti
da anni: le obbligazioni San Paolo degli anni ’70, lo scandalo dei container, i
casi Cirio e Parmalat, i bond argentini ed altre azioni truffaldine. Il problema
è che in questo Casinò non si considera più produttività e utile d’azienda, ma i
fittizi guadagni dettati da rialzi e ribassi delle quotazioni dei titoli di
borsa gestiti dalle Holding finanziarie che con acconce “joint venture” hanno
costruito questo sistema di scatole vuote. E quale futuro si riserva ai nostri
giovani, costretti a studiare da anni in scuole dequalificate rispetto ai
parametri europei ed appetibili solo per il mercato del lavoro interinale, nuova
frontiera del precariato in cui ben difficilmente ci si può creare una
professionalità? Non confondiamo le carte, se l’interscambio genera la
recessione, s’innesca il perverso meccanismo in cui il lavoratore non guadagna e
di conseguenza non spende, non risparmia, non si sposa, non consuma. La Valle d’Aosta non è l’Europa,
ma nel suo piccolo dimostra come un sistema produttivo basato sulla piccola e
media imprenditoria, dove sono basilari qualità e sostanza, sia vincente e
remunerativo. È meglio una vacca nella stalla che un pacchetto d’azioni in
banca, se non altro ci dà il latte e quindi una risposta ai soloni potrebbe
proprio venire dal ritorno ai valori base di un sano capitalismo, dove la
remunerazione si basa sul prodotto e non sul capitale. La qualità premia, basti
pensare all’importanza, a livello mondiale, delle esportazioni di prodotti
autoctoni e tipici della nostra regione.” Avevamo torto? Alla luce di quanto
si è verificato dal 2007 ad oggi direi di no, ma è una vittoria di Pirro.
Allora, manovre e eurobond a parte, chiediamoci se non sia veramente da
ripensare questo sistema di capitalismo dal sapore yuppie (Young
Urban Professional) che promette guadagni senza lavoro, onori senza oneri. Non
basta “indignarsi” bisogna agire, non con sterili manifestazioni di dissenso o
con la violenza ma obbligando, noi stessi per primi, a ritornare a comportamenti
e valori veramente civili e solidali e al concetto di lavoro.
Il Direttore
- 13 agosto 2011

