Periodico di approfondimento del Centro Studi Nuovo Millennio
Direttore: Michele Peyretti - redazione: Piergiuseppe Pogliano, Alberto Papagni, Maria I. Tardugno, Marco Casazza - Giancarlo Bonomelli - Lorenzo Tinetti - Autorizzazione del Tribunale di Aosta n° 2 del 18 marzo 2008 - sede: via Circonvallazione 161- Verrés (AO), tel. 01251892266 - 01251890130 mobile 3491012016  -  e-mail: info@lavoixduvald'aoste.it

Editoriale: Ma l’euro è un tabù intoccabile? Islanda, la Cuba del Nord.

Uno degli angoli più affascinanti del mondo tra vulcani e ghiacciai, uno dei popoli più acculturati e civili, un paese dove la poesia è l’arte più amata, uno dei luoghi meno conosciuti dal grande pubblico. Ed è lì che abbiamo deciso di guardare per cercare una risposta ai nostri interrogativi sul sistema finanziario che ci ha imposto una crisi di cui non siamo responsabili. Premessa necessaria per comprendere è che quelle che noi riteniamo “Banche di Stato” in realtà sono tutte private a partire dalla BCE, ma anche la Banca d’Italia: 94,33% proprietà di banche e assicurazioni private, solo il 5,67% di enti pubblici (INPS e INAIL) con Intesa San Paolo e Unicredit a fare la parte del leone. La BCE non è un’Istituzione della Comunità Europea, è politicamente indipendente su ogni decisione, ma può agire all’interno di ciascuno degli Stati membri, può fissare a suo arbitrio il livello del tasso ufficiale di sconto, la quantità di denaro da immettere sul mercato (sono le banche centrali a stampare le banconote e non lo stato), decidere la disponibilità ed il costo del finanziamento del sistema bancario e qualsiasi altra azione di sua competenza, in modo indipendente. Oltre a tutto questo i dirigenti della BCE godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste, all’interno della BCE, sanzioni per comportamenti impropri degli stessi dirigenti. Praticamente questo sistema bancario è il vero unico detentore del potere economico e, suo tramite, di quello politico. Non è qui che parleremo di Signoraggio primario e secondario, ma la premessa era indispensabile per comprendere la storia della “rivoluzione” islandese. Fino alla fine del novecento l’Islanda segue politicamente la sua tradizione nordica di stato efficiente con una disoccupazione all’1%, scolarizzazione elevatissima e welfare ottimale. Nel 2000 il governo islandese opta per una serie di liberalizzazioni e privatizzazioni su larga scala e nel 2001 si inizia la privatizzazione bancaria che si conclude nel 2003. Landbanki, Kapthing e Glitnir, le tre banche principali, lanciano un piano speculativo denominato IceSave in cui si cedono obbligazioni ad alto tasso d’interesse. I sottoscrittori privilegiati sono Inghilterra e Olanda e in cinque anni, nel 2008, la Borsa islandese sale del 900 per cento, il prodotto interno lordo cresce del 5.5 per cento l'anno. Bene? Assolutamente no, nessuna economia, specie europea, è in grado di reggere una cresita di tale portata, perché dietro questo turbinare di carta c’è il nulla e nel 2007 i debiti delle banche arrivano al 900% del PIL islandese. Ovvio che la richiesta di restituzione del denaro da parte degli investitori stranieri (che avevano finanziato la manovra speculativa) determina l’insolvenza. Il governo non ha le risorse per salvare le tre banche che falliscono. Dunque il governo nazionalizza le tre banche e si fa garante del denaro dei bancarottieri, promettendo ai poco più di trecentomila islandesi di salvare il loro credito. La Krona Islandese perde l'85% del suo valore di cambio sull'euro e il governo si trova costretto a dichiarare, a sua volta, la bancarotta. Come gli altri governi bussa alle porte del fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea. Precisiamo che anche l’FMI e la FED sono privati e non organismi statali.  Il debito dell’Islanda ammonta 3,5 miliardi di euro, circa 11600 € pro capite e il governo stabilisce nel gennaio 2009 che ogni cittadino islandese avrebbe dovuto pagare 100 euro al mese per 15 anni, a un tasso di interesse del 5,5% annuo. Se in analoghe situazioni i cittadini abbassano la testa e pagano il debito contratto da banche private nei confronti di altri soggetti privati, gli islandesi si ribellano. L’operazione criminale che le banche hanno creato si chiama “carry trade”, una forma di speculazione in cui si contraggono prestiti bancari in un Paese e li si depositano poi in un altro, lucrando così sul differenziale del tasso di interesse: con interessi al 5% divenne vantaggioso, ad esempio, prendere un prestito al 2% in uno dei tanti Paesi dell’UE e depositare i soldi in una delle tre banche islandesi per poter poi guadagnare sulla differenza oltre che sul cambio vantaggioso della Krona, ma questo sistema funziona fino a quando non ci sono variazioni negative di mercato perché, come detto, dietro c’è il nulla. Da notare ed emblematico, le agenzie di rating promuovono a pieni voti la stabilità del sistema finanziario islandese con la classica tripla A. Tornando alla storia, la disoccupazione sale dall’1 al 9 percento e scoppiano manifestazioni di protesta che durano 14 settimane e fanno cadere il governo e, con due referendum, il primo del marzo 2010 e il secondo nel marzo 2011,  si riscrive la costituzione e si elegge un nuovo governo. Misure draconiane vengono immediatamente varate, ma non a carico dei cittadini, bensì dei colpevoli: ex-membri dell’esecutivo e banchieri vengono portati a giudizio mentre le tre banche vengono “accompagnate” al fallimento pilotato. Quindi l’Islanda non pagherà il debito e su di essa si abbattono gli strali del FMI e l’abbandono di qualsiasi aiuto allo stato ribelle. Il presidente Grimsson dichiara “Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord. Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord”. Gli aiuti vengono congelati ma è l’inizio della rinascita dell’Islanda: governo costretto alle dimissioni, banche nazionalizzate, banchieri arrestati, democrazia popolare. Gli islandesi hanno salvato il loro Paese dalla crisi economica (nella quale l'Italia, ad esempio, resta impantanata) e lo stanno trasformando in un esperimento senza precedenti. Chiaramente il quadro generale in cui si è svolta questa civilissima rivoluzione è assai diverso da quello italiano, ma il grande insegnamento è che un intero popolo ha deciso si salvaguardare la propria identità nazionale, la propria indipendenza ed ha avuto il coraggio di opporsi all’iniquo strapotere dell’oligarchia finanziaria che, di fatto, controlla e governa il nostro mondo.

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